Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia...




Bohumil Hrabal(1914 - 1997)

Klubi poezie: Prílis hlucná samota (Una solitudine troppo rumorosa)
Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiarsi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.
(Traduzione: Sergio Corduas)

A cura di INCIPIT - Le frasi iniziali della letteratura di ogni tempo e paese.



Un libro poetico e crudele sulla vita, che ha in sé molte vite, sbilenca e un po' folle, ora sotterranea ora aerea. Un romanzo autobiografico e allegorico dove riecheggiano le voci di Kafka e di Dostoevskij.

A cura di Sergio Corduas.

A Praga, in un magazzino interrato, un uomo lavora da anni a una pressa meccanica trasformando carta da macero in parallelepipedi armoniosi e sigillati, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che l'uomo vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Lao-tze, di Hölderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche, di Goethe. Professionista della distruzione dei libri, l'uomo li crea incessantemente sotto forma diversa, e dal suo mondo infero promuove un suo speciale sistema di messaggi.
La vita di Hanta, dotto della «non conoscenza», saggio «contro la sua volontà», è tutta in questo distillare scaglie di arte, di cultura e insieme di memoria: mira «non a salvare metaforicamente cultura e storia come a prima vista può sembrare, ma a salvare se stesso e noi. Anzi, io penso che l'unica cosa per la quale il verbo salvare sia opportuno, è la possibilità stessa di fare: arte, cultura e vita che sia». Così scrive Sergio Corduas nella nota che accompagna il volume e precede l'intervista in cui Hrabal espone alcune riflessioni sull'opera che ritiene essere la sua migliore.

Di Bohumil Hrabal (Brno, 1914 - Praga, 1997) Einaudi ha pubblicato anche Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, e il romanzo Le nozze in casa.



Bohumil Hrabal
 

Una solitudine troppo rumorosa

Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso. Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a casa nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgemene, non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so. Così cammino per le vie rumorose, mai col rosso, so camminare in una subconscia incoscienza e nel dormiveglia, in uno stato di ispirazione subliminare, ogni pacco che ho pressato quel giorno echeggia in me quieto e silenzioso, e io ho la sensazione tattile di essere anch'io un pacco pressato di libri, che anche dentro di me c'è la piccola fiammella di controllo di uno scaldabagno, quel piccolo fuocherello di controllo di un frigorifero a gas, una piccola lucina eterna alla quale quotidianamente aggiungo l'olio dei pensieri che ho letto sul lavoro e contro la mia volontà dailibri che ora mi porto a casa nella borsa.

A cura di http://w3.uniroma1.it/Documentation/perle.html



Una solitudine troppo rumorosa
 

Recensione

                Libro strano e difficile, questo di Hrabal, poetico, incoerente, onirico,
                autobiografico, evocativo, a cominciare dal bel titolo, narrazione ricca di
                simboli, dove realtà e fantasia si mischiano e che contiene un
                incomparabile elogio della lettura. Hanta, il protagonista, da più di
                trent'anni pressa carta vecchia, con un metodo non privo di fantasia, beve
                birra e, ogni tanto, salva qualche bel libro dal macero, lo porta a casa;
                ormai i volumi occupano ogni spazio, ogni anfratto vitale, gli incombono
                sulla testa persino nel gabinetto.
                Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in
                profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i
                passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a
                casa nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgermene,
                non urto contro i lampioni nè contro i passanti, soltanto cammino e
                puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perchè in borsa porto libri dai
                quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa
                che ancora non so.
                Il protagonista si astrae dalla realtà, dialoga con i grandi. Il lavoro gli è
                lieve, con le sue pause e le sue gioie, il contatto sacrale con la materia, la
                carta, i libri, la parola stampata. Ha tempo per riflettere, è diventato
                colto suo malgrado, assopora le piccole e grandi gioie della cultura,
                mentre il suo capofabbrica incombe minaccioso, opprimente, scontento,
                latore dei freddi principi di autorità e di prestazione, incarnazione di una
                realtà che sembra avere in uggia l'intelletto, la cultura, cose superate,
                non necessarie alla produzione. Ormai, un mondo vecchio è finito e ne
                avanza uno nuovo, igienista e frettoloso, impersonale e indifferente,
                monocorde e forte. Il mondo nuovo percepisce i libri come semplice
                carta straccia. Il lavoro, amorevole e artigianale del protagonista è
                destinato a trasformarsi in freddo, inesorabile, efficiente, insensibile e
                disumano lavoro industriale. Hanta, incapace di adattarsi ed escluso, ne
                farà le spese e si suiciderà all'interno della sua stessa pressa. Un suicidio
                pensoso e filosofico.
                Hrabal ha messo molte cose in questo breve libro. Ci sono Praga, gli
                umori e gli odori, le osterie, i tipi originali, le avanguardie, la vita. C'è
                anche un sentore di disfacimento, di putredine, di claustrofobica
                oppressione, che sembra presagire lo sgretolamento di un regime. Ma
                c'è, soprattutto, l'omaggio ai bibliofili, agli innamorati dei libri, smarriti
                fra le pagine scritte, fino a mescolare la realtà esterna con i propri
                pensieri, fino a perdere quell'efficienza mondana meccanica e insensibile.

A cura di Copyright 2000 Valentino Sossella


Aquiloni tout court



Venerdi', 7 Marzo 1997 13:45:44

From: Cristina Sanvito
Subject: Hrabal e gli aquiloni
To: "Aquiloni tout court"


Vi mando una pagina tratta da "Una solitudine troppo rumorosa" di Bohumil Hrabal, il grande scrittore cecoslovacco scomparso un mese fa. Raramente l'esperienza di far volare un aquilone è stata narrata in modo tanto denso e umano. Spero piaccia anche a voi.
Cristina
 

"Quando venne l'autunno di quel penultimo anno di quella seconda guerra, comperai della carta da pacchi azzurra, fili, rocchetti di filo grezzo, colla, e per tutta la domenica, sul pavimento, mentre la zingara andava a prendere la birra, incollai e composi un aquilone, tesi i fili perimetrali affinchè l'aquilone salisse con precisione su ai cieli, e poi facemmo rapidamente una lunga coda, a corda, la zingara, come le avevo insegnato, legava colombelle di carta, e così ci recammo insieme a Okrouhlìk, e quando lanciai l'aquilone ai cieli e allentai il filo e per un attimo lo tenni nelle dita e tirai, affinchè l'aquilone si tendesse e restasse immobile nel cielo, e solo con la coda formasse a onda la lettera S, la zingara aveva il volto coperto dalle mani e sopra le dita c'erano quei suoi occhi spalancati meravigliati... E poi stavamo seduti e io davo cavo, e feci reggere alla zingara l'aquilone in cielo, e la zingara gridava che l'aquilone l'avrebbe sollevata ai cieli, che sentiva di volare in su nel cielo, come la vergine Maria, la reggevo per le spalle, così, semmai, saremmo volati su insieme tutti e due, ma la zingara mi restituì il rocchetto del filo, e così stavamo seduti e la zingara aveva la testa appoggiata alla mia spalla, e io a un tratto decisi di mandare all'aquilone un bigliettino, e feci reggere alla zingara il filo, ma la zingara aveva di nuovo il terrore che l'aquilone la portasse ai cieli, e di non vedermi mai più, così piantai in terra un paletto sul quale era avvolto il filo grezzo, strappai dal mio blocco una paginetta, feci un taglietto, la inserii sul filo, e quando presi nuovamente nelle dita il rocchetto, la zingara gridò, tendeva le mani verso il bigliettino, il quale con un movimento a strappi saliva in alto lungo il filo, sentivo nelle dita come l'aquilone tirava, ogni colpo di vento lassù mi entrava attraverso le dita dentro tutto il corpo, e quando il bigliettino raggiunse la briglia dell'aquilone io sentii quel tocco e cominciai a tremare tutto, e a un tratto quell'aquilone era Dio e io ero il figlio di Dio, e quel filo era lo Spirito santo lungo il quale l'uomo entra in rapporto, in intimo contatto e in colloquio con Dio stesso. Così lanciammo ancora alcune volte l'aquilone ai cieli, la zingara s'era fatta coraggio e reggeva il filo e tremava tutta proprio come me, tremava come tremava anche l'aquilone sotto i colpi del vento, reggeva il filo col ditolino e gridava per l'entusiasmo... Una volta a sera tornai a casa, la zingara non mi aspettava, accesi la luce, uscii e riuscii fino al mattino davanti alla casa, ma la zingara non venne, non venne neanche il giorno dopo, non venne mai più. La cercai, ma non la vidi mai più, la zingara bambinella piccolina, semplice come un legno non sgrossato, la zingara come respiro dello Spirito divino, la zingara che non voleva niente più che accendere la stufa con la legna che portava sulle spalle, quei pali e tavole pesanti dei cantieri di demolizione, legni grandi come una croce, davvero non voleva più che cucinare gulasch di patate con salame di cavallo, aggiungere carbone nella stufa e in autunno lanciare l'aquilone ai cieli. Soltanto dopo venni a sapere che l'aveva presa la Gestapo con gli altri zingari e l'aveva portata in un lager dal quale non tornò più, la bruciarono da qualche parte a Majdanek o Osvetirn nei forni crematori. I cieli non sono umani eppure io quella volta ero ancora umano. Dopo la guerra, quando non venne, bruciai nel cortile l'aquilone con tutti i fili, la lunga coda la cui colombella aveva fatto la zingara piccolina il cui nome ho ormai dimenticato."
Bohumil Hrabal

A cura di Aquiloni tout court



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